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13 luglio 2017

Swunk /review

Sabato 27 Maggio 2017 Live degli Swunk, quartetto partenopeo funk/avant-jazz in occasione dell’uscita del CD “Soundscapes” per l’etichetta ItalysoundLab di Alfonso La Verghetta.

Nel commentare un concerto a pochi giorni dalla strage di Manchester è incoerente parlare solo di musica. Non si può far finta di niente, come se nulla fosse accaduto; anche se un live al Cellar ed il mega spettacolo di Ariana Grande sono agli opposti per motivazioni, contesto, tipologia di pubblico e dimensioni delle location.

Emerge che dopo la carneficina al Bataclan nel Novembre 2015, l’atto omicida dell’ultimo kamikaze ISIS ha ormai ricondotto le multiformi categorie del concerto a f-atti potenzialmente tragici. Eppure la storia del rock, del pop, ed in generale della musica di consumo, non è affatto nuova a questi lutti. Chi conosce le vicende degli anni 60’, sa che il festival di Altamont del 1969, candidato ad essere la versione west coast della celebrazione “pace amore e musica”, messa in piedi pochi mesi prima a Woodstock, si trasformò in un’infernale bagarre infiammata proprio dagli Hells Angels, l’associazione di motociclisti tossicodipendenti chiamata a fare da security. Tra i 4 defunti di Altamont e i 22 di Manchester non ci sono soltanto 18 vittime di differenza e 48 anni di distanza; ovvio che il terrorismo è tutt’altra cosa dall’aggressività indotta dall’uso di certi stupefacenti. Eppure, a saperla leggere, c’è una diversità tra i due eventi ancor più sottile ma sostanziale.

Un tempo, in concerti come quello di Altamont, la minaccia era interna al sistema. Il pericolo costituiva una variabile prevista insita in qualche modo nella ritualità del raduno, nell’ideologia ribelle, nella fede in quei valori: rappresentava l’ultima deriva dell’ideale comunitario andato a male.

Ora invece la violenza è oscura. La minaccia viene da lontano per irrompere senza bussare nell’individualismo delle nostre vite, è la spettrale possibilità di una morte improvvisa, senza un’apparente ragione, estranea agli schemi della quotidianità omologata di ciascuno; ecco perché rispetto ai 60’ il dramma cambia di segno, assume tutt’altra valenza.

Comunque si consideri l’attuale forza devastante del radicalismo islamico, una cosa è certa: la strage di Manchester pone pesanti domande al circuito del mainstream musicale, chiama gli artisti che muovono folle planetarie, le star dalle visualizzazione che contano su youtube, chi oggi domina i grandi numeri, insomma, la tipologia di cantanti votati al puro intrattenimento ad interrogarsi, e con ciò probabilmente a fornire di senso quei generi (il teen pop, ma non solo) che da più di un ventennio devono una legittimazione etica, se non estetica, al loro esistere, al loro modo di comunicare ad adolescenti e bambini.

L’evento musicale di massa per eccellenza dei nostri giorni, cioè il divertissement distante da ogni sorta di ricerca, di intento catartico, di sperimentazione, ed avulso da richiami metaforici o indottrinamenti, stavolta si è trasformato in un’arena di sangue. Ma se può essere consolante, ciò restituirà giocoforza ai raduni futuri un connotato tanto univoco da radicalizzarli per il solo fatto che il target chiamato a parteciparvi sarà messo di fronte a due opzioni estreme: esserci o no.

Allora il dubbio, la tensione o talora l’inquietudine angosciosa di ragazzi e genitori insita al decidere di assistere a un concerto nel quale può andare della propria vita, condurrà ad una risoluzione. Scegliere consapevolmente di frequentare luoghi di aggregazione a rischio aprirà la via ad un aut-aut, ad una svolta oseremmo dire politica, se si dà al termine l’accezione originaria πόλις, ossia che concerne la vita nella città. Questo ci dice quanto accaduto in sequenza negli ultimi giorni: la minaccia terroristica al Rock Am Ring di Nuerburg il 2 Giugno, il giorno seguente i lutti di Londra e il panico di Torino e poche ore dopo la risposta con il concerto One Love Manchester. Così la sventura reca con sé il segnale atteso, forse porterà al risveglio di un’autentica socialità legata alla musica, ad un’inedita, reale condivisione e con essa la nascita di una nuova presa di coscienza.

Il live degli Swunk

Va detto anzitutto che in una nazione dominata dalla figura del cantante e da stuoli di ugole (non sempre d’oro) il fatto stesso che quattro ragazzi si dedichino ad un linguaggio esclusivamente strumentale è di per sé una scelta da encomiare per il coraggio.

Ascoltando l’album Soundscapes, in alcuni brani ci saremmo però aspettati dal gruppo partenopeo qualcosa in più di certe soluzioni di marca fusion anni 80’ o di un jazz-rock genericamente vintage, magari per spingere l’acceleratore su quell’avant-jazz dai sapori etnici che oggi si impone quale ultima, vitale frontiera nel campo dell’improvvisazione afro: genere di sicuro più attuale e pregno di future promesse rispetto allo swing canonico, soprattutto se pedissequamente riproposto eseguendo pattern da manuale e schemi triti. Non si fanno comunque irretire gli Swunk dalla trappola dell’assolo didascalico, quello che porta a strafare, che per intenderci mira più a stupire per velocità piuttosto che per intensità sonora. Pure da accantonare sarebbero gli orpelli progressive che limitano la costruzione dei brani su versanti ritmico-armonici più coagulati e possenti, che non solo avvicinerebbe gli Swunk a quel funk evocato nell’eponimo della band ma nel contempo gli fornirebbe l’humus adatto per osare maggiormente sul versante di un’improvvisazione “obliqua” che pare loro consona. Su questa strada è incamminato con buoni risultati il chitarrista Antonio Cece, che tra l’uso del bending e la tecnica tapping dona un interessante ventaglio di varianti alle sue escursioni outside, non del tutto estranee allo stile di un vecchio caposcuola come Scofield. Ottima la scioltezza e la qualità del suono di Daniele De Santo, bassista dal tocco morbido e pastoso, puntuale il drumming di Marco Fazzari a sostenere il sax di Saverio Giugliano: strumentista dal colore caldo e intenso. Nei brani dal beat più moderato il suo sax svetta nei toni alti con inflessioni decisamente mediterranee (ricorda un po’ il timbro verace di Senese); tanto che verrebbe da auspicare agli Swunk l’affido di colonne sonore di prodotti filmici made in Naples. E pare che su questa linea il quartetto già sia indirizzato, vista la collaborazione con il cartonista Walton Zed: frutto è il videoclip di cui in calce riportiamo il link. Non vanno dimenticati gli interventi al mixer di Alfonso La Verghetta, titolare della label ItalysoundLab, in questa serata anche fonico abile nel miscelare effetti per offrire maggior spaziatura agli assoli.

Gli Swunk sono:
Antonio Cece: Guitars & programming
Daniele De Santo: Bass
Saverio Giugliano: Sax & keyboard
Marco Fazzari: Drums & drum machine

 

Link consigliato:

https://www.youtube.com/watch?v=5MnZzdn4fNA (Ore 22)

MUSICA DA LEGGERE © 2017 RIPRODUZIONE RISERVATA Gianfranco Tirelli & Cellar Theory