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14 febbraio 2015

Father Murphy /review

Sabato 14  Febbraio 2015 al Cellar Theory in Vico Acitillo 58, concerto dei “Father Murphy”.
Recensione di Gianfranco Tirelli.

ANAMNESI DI UN SACERDOZIO SONORO
Anche nei suoi aspetti più dogmatici l’arte rimette in discussione i principi stessi che l’hanno ispirata. O si potrebbe dire: è proprio quando si esprime attraverso l’arte che il dogma svela la pluralità dei suoi significati. Come un sermone apocalittico la musica dei Father Murphy è calata al Cellar Theory la notte di San Valentino, lasciando ai devoti presenti compiere, se non un esame di coscienza, almeno interiori ripensamenti e sguardi sul sé più profondo. Nella musica dei Father Murphy aleggia qualcosa di primordiale ed arcaico, e stavolta non ci faremo prendere dal vizio dell’etichettatura facile per far mostra di conoscere la ritrita attualità: né psichedelici né industrial, né riduttivamente noise e men che mai propensi allo psych-cabaret, Federico Zanatta e Chiara Lee si sono votati alla pura catarsi. Come evoluti presbiteri del suono i due sono saliti sul palco/altare con greve oscurità monastica per dar forma ad antifone e responsori che aleggiavano facendosi e disfacendosi al ritmo analogico di una perfetta simbiosi a feed-back fra entrambi.

Di semplici coincidenze certo non si tratta; la notte stessa in cui l’Italia festivaliera celebrava a Sanremo l’ennesima operazione di retroguardia con il trionfo belcantistico del “Volo”, il Cellar dava spazio a una delle più avanguardistiche formazioni sperimentali internazionali, e non solo. Nella notte dei riti stanchi dedicati agli innamorati, Federico e Chiara ufficiavano audacemente la loro personale liturgia notturna, un Dies Irae mosso da un’intima intesa, una sorta di dialogo devoto in lingua remota, un culto orante profuso tra squilli di tromba ed effetti pedale quasi fosse una compietas da consacrare ai genuflessi spettatori. Poi oscure sequenze vocali spezzate da tamburi analogici ricreavano il clima di un organum duplum duecentesco, la loro cattedrale austerità richiamava così i primi orditi polifonici del Magister Leoninus fin quando le enigmatiche note di un raggiante finale aprivano ai fedeli spiragli di salvezza, come sottili raggi di luce accecante lasciati filtrare attraverso una spessa coltre di tenebra.