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01 maggio 2015

Axis mundi,Bitcoin, AUN /review

Venerdì 1 Maggio 2015 al Cellar Theory, triplo set elettronico con “Axis mundi”, “Bitcoin”, “AUN”.
Impressioni sul concerto di Gianfranco Tirelli

In ambito elettronico non c’è oggi pratica più soggettiva di quella che cerca di “etichettare” generi e sottogeneri inclassificabili. Nel tentativo di catalogare una dato stile, oggettivarlo, incasellarlo in un settore preciso, si cade spesso in genericità e vaghezze peggiori di quelle che si cerca di evitare. Ecco che per raccontare la serata al Cellar del 1° Maggio cercherò di non incorrere in termini riduttivi del tipo: “Drone” “Library” “This age”, poiché seppure potrebbero indirizzare il lettore esperto verso sfere sonore a lui conosciute, non farebbero chiarezza sul live più di quanto non lo faccia un commento del tutto personale, un’impressione stesa qui come un breve racconto abbozzato da un ascoltatore curioso e attratto dalle sperimentazioni timbriche.

Nel primo set Axis Mundi (Giulio Nocera) proponeva un’elettronica frammentata, irta di ostacoli, intervalli, crepitii, come una sofferta confessione intagliata in blocchi sonori decentrati, esplosi a sorpresa, tesi a colpire lo spettatore. Il video di sfondo alla sua performance proponeva scenari di desertici rilievi ed aspre alture in fiamme, che suggerivano il senso di una cocente solitudine.

Diverso l’happening di Bitcoin (Aaron Rumore), più organico del precedente, minimale, privo di riferimenti visivi, pensato a mo’ di percorso ciclico e formalmente più organizzato, con un’esposizione tematica ripetuta al suono di un gamelan digitale che monotona, iterata, si scompone ritmicamente. In principio Aaron sembra sfidare l’ascoltatore, snervarlo, prima che suoni di arpa aprano a suggestioni di librante leggerezza. Poi nuovi colori tracciano spunti solari ordinati in escursioni melodiche che dal grave agli acuti pare vogliano spiccare il volo, ma che ripiegano invece in irregolari polifonie multieffetto spezzate da accenti indeterminati, ed il set di Bitcoin come è iniziato si chiude, al ritmo del gamelan.

Ancora differente l’esibizione del duo canadese AUN, (Martin Dumais e Julie Leblanc) qui il suono è più spesso, solido, stratificato. Il clip che li accompagna mostra alle loro spalle un magma vivo e ribollente in analogia al muro del suono che si innalza in onde alte e compatte che quasi investono il pubblico. Le frequenze manipolate al theremin da Julie ora sono gravi e modulate, sostenute da un oscuro drumming appena percepito che funge da impalcatura sostenente il pesante edificio sonoro. Il loro set è organizzato in comparti, masse foniche amalgamate, fuse tra loro, che danno la sensazione di un continuum oppressivo ma aperto all’ardente speranza di redenzione dal buio, di una finale liberazione, che in decrescendo scandisce la fine del concerto.